1.parte: Attualità dell'ideale paneuropeo: Improntate, per qualcuno eccessivamente, a un forte ideale etico, le idee di Richard Coudenhove-Kalergi, intellettuale e "politico" (in accezione teorica, però) di"Paneuropa", internazionale o, se volete, cosmopolita olandese, greco, giapponese ma non solo, per origini, austriaco e ancora una volta non solo per formazione), Coudenhove, conte che teneva poco ad esserlo, finì per dar luogo, con "Paneuropa" a un movimento europeista che passò per Aristide Briand come per Dollfuss, per Churchill (e sul grande uomo politico inglese si fece molte illusioni, come in parte su De Gaulle, non tenendo conto del fatto che il patriottismo politico spesso va in direzioni diverse da quelle dell'idealità"paneuropea"), conoscendo anche Mussolini (di cui giustamente ci mostra vanità e spavalderia, insieme a qualità diverse, anche positive), Spiro-Hito, Pio XII etc. Coudenhove- "utopista"? Sì, anche, nell'accezione positiva di Bloch, Ruehle e di Baczko, per cui il bisogno di utopia è necessario, per cui è propulsivo, per cui senza di esso non si attinge nulla, ma, appunto, anche "utopia concreta, che morde sulla storia" (Ernst Bloch), e difatti l'autore "passa il testimone" (senza ritirarsi, peraltro) ad Adenauer, De Gasperi, Schuman, Spaak, i "fattori" del MEC e poi della CEE. Alcuni elementi, però: A)Coudenhove parla di "Paneuropa", non di Stati Uniti d'Europa, anzi, meglio, preferisce la prima alla seconda lezione. D'accordo, perché, come precisa, il "dirigismo" centralista anche negli USA in certe materie (difesa, esempio tipico) è "terribile"(aggettivazione e sottolineature grafiche mie). L'attuale centralismo in materia economica e di (spesso solo apparente) tutela del consumatore è discutibile, ma, se fosse attivo, per es. in campo militare, con la metodologia attuale, ... ahinoi che sciagura! ;
B) Importante quanto dice in questo libro e in altri Coudenhove-Kalergi anche a proposito di personaggi come i cancellieri austriaci pre-Anschluss come Dollfuss e Schuschnigg; ora liquidati (per es.nel recente opuscolo di"Der Tiroler") tout court come"austro-.fascisti". Non solo il fondatore di "Paneuropa" li rivaluta, mostrandoceli come fautori di una prospettiva (allora solo tale, chiaramente) paneuropea e, volendo, "europeista", ma anche come costretti. necessitati a essere duri e irremovibili, al limite autoritari (ma non "fascisti"!) per salvare l'Austria dall'invasione nazista. Questioni di cui discutere, appunto, ma da non accantonare senza repliche, come fanno gli"austriacanti a doppio binario"(in realtà, direi meglio io, "pseudo-austriacanti") di"Der Tiroler"& CO.(i Freiheitlichen e i seguaci di Eva Klotz non sono diversi, certamente...), per i quali l'Austria, in realtà, va bene solo quando realizza l'unità del "Grande Tirolo".... mentre dell'Austria, altrimenti, rifiutano tutto, volendo, invece, preconizzare ed auspicare il Pangermanesimo. Ancora un'osservazione, prima di venire a una citazione e a una lunga nota tratta dal testo.;
C) Coudenhove auspica un'Europa dei cittadini e non degli stati. Ora, invece, credo si stia realizzato un'orrenda Europa dei mercati e delle banche e della finanza, che impongono una vera e propria dittatura sia agli stati sia ai cittadini. Lo si vede. Rassegnarsi ad essa? No, al contrario, penso che solo la citata "forza motrice"(Triebkraft) dell'utopia, propositiva e non meramente oppositiva, possa spingere a invertire una direzione di marcia pericolosa. Pensiamo alle regole su prodotti alimentari, pesca (i pescatori italiani e spagnoli sono in ambasce, si capisce perché) etc., ma anche, per dire, alla polemica sul crocefisso nei luoghi pubblici...In quei casi, come appare chiaro, rivendicare "altro", è necessario, non è velleità polemica, ma proposta che può/deve diventare realtà, farsi "attuare", appunto;
2.parte: l'esempio svizzero.
Coudenhove fa l'esempio di Rougemont, nel cantone di Vaud, distante pochi km.da Saanen: "A questa frontiera dell'Europa germanica e latina(il libro è di fine anni Cinquanta dello scorso secolo, ricordo), che è nello stesso tempo frontiera cantonale tra Berna e Vaud, non c'è nessun doganiere, nessun poliziotto... Nessun odio separa gli svizzeri di lingua tedesca dai compatrioti che parlano francese. Al contrario: i ragazzi del paese di Saanen vengono mandati nel paese dei Welschen, per impararvi la lingua francese. Ignorando la frontiera, i giovani giocano, amano e si sposano. I Welschen prendono scherzosamente in giro i compatrioti di lingua tedesca e viceversa. Ma questa differenza e questa rivalità non servono che a destare l'emulazione delle due parti, senza essere motivo di odio... In Svizzera si capisce chiaramente come i tedeschi e i francesi possano vivere fraternamente d'amore e di accordo; non è quindi un'utopia (Coudenhove usa il lemma in accezione diversa dalla mia, da quella citata, ovviamente, e.g.) aver fede che un giorno le frontiere tra la Germania e la Francia possano divenire altrettanto invisibili di quelle esistenti tra i cantieri di Berna e di Vaud, tra Saasen e Rougemont"(pp.198-199 dell'edizione italiana di"Una vita per l'Europa"; Milano, Ferro, 1965 ). Se quest'ultima speranza si è realizzata, pur se molti anni dopo(ma l'autore diceva "un giorno", non "domani"), le questioni socio-antropologiche da lui ricordate sembrano permanere. Prescindo in dettaglio da una valutazione sulla Svizzera, perché: non conosco le due località citate da Coudenohove, anche se mi sembra d'esserci passato in macchina con amici circa un quarto di secolo fa. Passato: troppo poco per averne un'impressione viva e duratura; ricordo solo che: 1)Il grande autore di"Paneuropa"scriveva prima che la Svizzera diventasse il forziere d'Europa anche nel senso meno nobile del termine. cfr."Die Schweiz waescht weisser"di Jean Ziegler, un classico del grande sociologo, dove si evidenziano i collegamenti criminali di tanti capitali: 2)Nel 2006 ho trascorso circa una settimana in Svizzera, tra i Grigioni/Grigioun/Grubuenden e qualche puntata in Ticino. La località base dove tenevo conferenze, mi ha lasciato un bel ricordo, proprio per gli scambi culturali e quindi linguistici vivi, continui, inter-relati, "reticolari" . A Bellinzona, una domenica(un giorno libero), al ristorante, non ricordavo il nome di una pietanza in italiano, ordinandola quindi in tedesco. Curiosa reazione della cameriera, che tra un po'mi redarguiva... Un caso isolato o un atteggiamento più diffuso? Non so indurne nulla: in questo caso, per citare il classico esempio, l'osso non fa risalire al dinosauro... Ma, prescindendo dalla Suisse, "solo cioccolata e orologi", diceva Alfred Hitchcock, ma è una battuta, ha una valenza da film, per la riconoscibilità degli esterni... Se pensiamo alla situazione delle zone di frontiera culturale o reale (Irlandesi ma anche Scozzesi, un po anche'Gallesi versus"Very English Men"etc., la situazione belga, tra Fiamminghi e Valloni, spagnola, con la realtà basca, ma anche catalana e in parte galiziana, l'eterna querelle Slovacchi-Cechi, ma anche realtà meno conosciute, come per es. la frontiera, reale, tra Germania del Nord e Danimarca, con gente che si guarda in cagnesco, in specie in occasione di incontri internazionali di football, cfr.un documentario ZDF di meno di un lustro fa.../questioni"vecchie"legate al possesso dello Schleswig-Holstein e non solo, del Suedtirol/Alto Adige mano a parlarne...), oggi, a Duemila ampiamene passato, non si può essere troppo soddisfatti, ma... I processi socio-culturali hanno bisogno di tempi lunghi, della longue durée di braudeliana memoria, ma qualche accelerazione ci vuole. Faccio due esempi locali: far passare, oltre alla questione del censimento, etnico e non linguistico(non sono radicale come Langer, non parlo di censimento di erodiana memoria, ma certo...), irrisolta rimane il fatto che oggi gruppi definiti(cfr.anche il citato numero di"Der Tiroler", ma in forma più sottile e magari pericolosamente"soft"il serpe s'insinua altrimenti, con modalità appunto più sfumate)vogliono ottenere un referendum per la separazione dell'Alto Adige-terra atesina dall'Italia, che, a prescindere da ogni considerazione nazionale o"nazionalistica", che certo non mi tange, avrebbe effetti dirompenti, che d'altronde, è in atto una non gioiosa macchina da guerra per la toponomastica esclusivamente monolingue. Se su queste questioni non ci sarà"mobilitazione", comunque impegno(il primo termine non mi piace, mi sembra inutilmente barricadero), la situazione e le situazioni peggioreranno non poco... mentre facendo, impegnandosi, si potrà, forse, con fatica, contribuire a migliorare quanto è già troppo "decaduto", diremmo forse meglio deteriorato.
Eugen Galasso